🕙: 4 min.
image_pdfimage_print

            Nel 1965 venne commemorato il 150° anniversario della nascita di Don Bosco. Tra le conferenze per l’occasione ce ne fu una fatta da Mons. Giuseppe Angrisani, allora Vescovo di Casale, e Presidente Nazionale degli Exallievi sacerdoti. L’oratore nel suo discorso, accennando a Mamma Margherita, ebbe a dire di Don Bosco: «Per fortuna sua quella mamma gli fu a fianco per tanti e tanti anni, ed io penso e credo di essere nel vero affermando che l’aquila dei Becchi non avrebbe spiccato il volo fino ai confini della terra se la rondinella della Serra di Capriglio non fosse venuta a nidificare sotto la trave dell’umilissima casa della famiglia Bosco» (BS, sett. 1966, p. 10).
            Quella dell’illustre oratore fu un’immagine altamente poetica, che esprimeva tuttavia una realtà. Non per nulla 30 anni prima, G. Joergensen, senza voler profanare la Sacra Scrittura, si permetteva di iniziare il suo Don Bosco edito dalla SEI con le parole: «In principio c’era la madre».
L’influsso materno negli atteggiamenti religiosi del fanciullo e nella religiosità dell’adulto è riconosciuto dagli esperti di psicologia religiosa ed è, nel caso nostro, più che evidente: San Giovanni Bosco, che ebbe sempre per sua madre la più grande venerazione, ricopiò da lei un profondo senso religioso della vita. «Dio domina come un sole meridiano la mente di Don Bosco» (Pietro Stella).

Iddio in cima ai suoi pensieri
            È un fatto facile da documentarsi: Don Bosco ebbe sempre Iddio in cima a tutti i suoi pensieri. Uomo di azione, fu prima di tutto uomo di preghiera. Ricorda egli stesso che fu la madre ad insegnargli a pregare, cioè a conversare con Dio:
            — Mi faceva mettere coi miei fratelli in ginocchio mattino e sera, e tutti insieme recitavamo le preghiere in comune (MO 21-22).
            Quando Giovanni dovette lasciare il tetto materno e andar garzone di campagna alla cascina Moglia, la preghiera era già il suo abituale alimento e conforto. In quella casa di Moncucco «si adempivano i doveri del buon cristiano con la regolarità delle inveterate abitudini domestiche, tenaci sempre nelle famiglie campagnole, tenacissime a quei tempi di vita sanamente paesana» (E. Ceria). Ma Giovanni faceva già qualcosa di più: pregava in ginocchio, pregava spesso, pregava a lungo. Anche fuori casa, mentre conduceva le vacche al pascolo, sostava ogni tanto in preghiera.
            La mamma gli aveva anche instillato nel cuore una tenera devozione alla Vergine Santissima. Alla sua entrata in Seminario, gli aveva detto:
            — Quando sei venuto al mondo, ti ho consacrato alla Beata Vergine; quando hai cominciato i tuoi studi, ti ho raccomandato la devozione a questa nostra Madre; e se diverrai sacerdote, raccomanda e propaga sempre la devozione a Maria (MO, 89).
            Mamma Margherita, dopo aver educato il figlio Giovanni nella casetta dei Becchi, dopo averlo maternamente seguito ed incoraggiato nel suo duro cammino vocazionale, visse ancora per dieci anni al suo fianco, coprendo un delicatissimo ruolo materno nell’educazione di quei giovani da lui radunati, con uno stile che rivive in tanti aspetti della prassi educativa di Don Bosco: consapevolezza della presenza di Dio, laboriosità che è senso della dignità umana e cristiana, coraggio ispiratore di opere, ragione che è dialogo e accettazione degli altri, amore esigente ma rasserenante.
            Senza alcun dubbio, quindi, la madre svolse una funzione unica nell’educazione e nel primo apostolato del figlio, incidendo profondamente sullo spirito e sullo stile del suo futuro operare.
            Fatto sacerdote ed iniziato il lavoro tra la gioventù, Don Bosco diede il nome di Oratorio alla sua opera. Non è senza motivo che il centro propulsore di tutte le opere di Don Bosco sia stato chiamato “Oratorio”. Il titolo indica l’attività dominante, lo scopo principale di un’impresa. E Don Bosco, come lui stesso confessava, diede il nome di Oratorio alla sua «casa» per indicare chiaramente come la preghiera fosse la sola potenza su cui fare assegnamento.
            Non aveva nessun’altra forza a disposizione per animare i suoi oratori, avviare l’ospizio, risolvere il problema del pane quotidiano, porre le basi del la sua Congregazione. Perciò molti, lo sappiamo, dubitarono persino della sua sanità mentale.
            Ciò che i grandi non capivano, lo capirono invece i piccoli, cioè i giovani che, dopo averlo conosciuto, non si staccavano più da lui. Vedevano in lui la viva immagine del Signore. Sempre calmo e sereno, tutto a loro disposizione, fervente nel pregare, faceto nel parlare, paterno nel guidarli al bene, tenendo poi sempre viva in tutti la speranza della salvezza. Se qualcuno, asserisce un teste, gli avesse domandato a bruciapelo: Don Bosco, dov’è incamminato? egli avrebbe risposto: Andiamo in Paradiso!
Questo senso religioso della vita, che permeò tutte le opere e gli scritti di Don Bosco, era evidente retaggio di sua madre. La santità di Don Bosco era attinta alla fonte divina della Grazia e si modellava su Cristo, maestro di ogni perfezione, ma affondava le radici in un valore spirituale materno, la sapienza cristiana. L’albero buono produce frutti buoni.

Glielo aveva insegnato Lei
            La mamma di Don Bosco, Margherita Occhiena, dal novembre 1846, quando a 58 anni di età, aveva lasciato la sua casetta dei Becchi, divideva con il figlio a Valdocco una vita di privazioni e sacrifici tutta spesa per i monelli della periferia di Torino. Passarono quattro anni, e lei si sentiva ormai venire meno le forze. Una grande stanchezza le era penetrata nelle ossa, una forte nostalgia nel cuore. Entrò nella stanza di Don Bosco e disse: «Ascoltami, Giovanni, non è più possibile andar avanti così. I ragazzi tutti i giorni me ne combinano una. Ora mi gettano a terra la biancheria pulita stesa al sole, ora mi calpestano la verdura nell’orto. Stracciano i vestiti in modo che non c’è più verso di rattopparli. Perdono calze e camicie. Portano via gli arnesi di casa per i loro divertimenti e mi fanno girare tutto il giorno per ritrovarli. Io, in mezzo a questa confusione, ci perdo la testa, Vedi! Quasi, quasi, me ne ritorno ai Becchi».
            Don Bosco fissò in volto sua mamma, senza parlare. Poi le indicò il Crocifisso appeso alla parete. Mamma Margherita capì. I suoi occhi si riempirono di lacrime.
            — Hai ragione, hai ragione, esclamò; e tornò alle sue faccende, per altri sei anni, fino alla sua morte (G.B. LEMOYNE, Mamma Margherita, Torino, SEI, 1956, p. 155-156).
            Mamma Margherita nutriva una profonda devozione alla Passione di Cristo, a quella Croce che dava senso, forza e speranza a tutte le sue croci. Lo aveva insegnato lei a suo figlio. Le bastò uno sguardo al Crocifisso!… Per lei la vita era una missione da compiere, il tempo un dono di Dio, il lavoro un contributo umano al disegno del Creatore, la storia dell’uomo cosa sacra perché Dio, nostro Signore, Padre e Salvatore, è al centro, al principio e alla fine del mondo e dell’uomo.
Lei aveva insegnato tutto questo a suo figlio con la parola e con l’esempio. Madre e figlio: una fede ed una speranza riposte in Dio solo, e una carità ardente che bruciò nel loro cuore sino alla morte.

P. Natale CERRATO (†)
Salesiano di don Bosco, missionario in Cina dal 1948 al 1975, studioso di don Bosco e di salesianità, ha scritto vari libri e articoli, svolgendo un prezioso lavoro di divulgazione della vita e delle opere del Santo dei giovani. Entrato nell'eternità dal 2019.